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Questione di… Parole

Avete mai provato a riflettere sulle parole, sul significato che gli diamo, sulla profondità del loro essere e su quello che una parola, piuttosto che un altra, può comunicare?

La ricchezza di una parola può essere illuminante.

Per esempio: parola.

Un sostantivo dall’aspetto fonetico breve ma deciso.

Ho provato a cercarne il significato sul sito Treccani. Adoro scoprire i veri significati delle parole…

La spiegazione del lemma “parola” è lunga ben 9 pagine Word (carattere 9).

Ve lo sareste mai immaginato? L’accezione che più mi ha colpita è:

La ricchezza di una lingua è sorprendente.

L’italiano oltre ad essere terreno fertile di parole, ha anche una sonorità particolarmente calda ed accogliente, caratteristica tipica delle lingue mediterranee, e totalmente estranea ai tecnicismi fonetici delle lingue anglosassoni.

Un “grazie” è leggero e delicato, “thanks” è secco e tagliente.

Se proviamo ora a calarci nel mondo della comunicazione d’impresa, la scelta della lingua da utilizzare è una scelta fondamentale e strategica.

Ovviamente non sto parlando di contenuti testuali, quelli è logico che siano, se non nelle principali lingue dei mercati in cui si commercializza, almeno in inglese.

Sto parlando di brand name, payoff, claim, ma anche termini che nei testi italiani utilizziamo in inglese (come plan al posto di piano), ci siamo anche stufati di creare parole italiane per i nuovi termini anglosassoni, payoff in italiano? computer? Lo chiamate per caso calcolatore elettronico nella vita di tutti i giorni? Make-up? Master?

Andate a leggervi questo bellissimo elenco di parole pubblicato sul sito “Nuovo e Utile” a cura di Anna Maria Testa (300 parole da dire in italiano). 

Nel video che voglio condividere con voi qui sotto, sempre Anna Maria Testa, che recentemente si è fatta paladina della lingua italiana, fa un bell’intervento sulla ricchezza della lingua italiana, From Bello to biutiful…

Quando vogliamo che il nostro brand comunichi italianità e poi lo chiamiamo “Dress-Me”… Stiamo sbagliando qualcosa, forse con un nome come “Vestimi”, saremmo già riconoscibili nelle nostre origini.

Siamo italiani e usiamo la lingua inglese per comunicare italianità? Che menti contorte abbiamo.

I cinesi sono più furbi di noi. Oltre a copiare il nostro stile, creano nomi dalla sonorità italiana (è sufficiente che un nome, anche inventato, termini con la vocale -A, -O, -I, non -E internazionalmente riconosciuta più come finale francese) e nascono nomi come: AnMani (Armani?), Loro Lana (Loro Piana?), Giordano a Giovanni Bertelli, Evita Peroni, Dolce & Banana, …

In questo caso stiamo parlando di vera e propria contraffazione, ma ciò che voglio trasmettere è quanto un nome piuttosto che un altro possa evocare sensazioni, origini, percezioni, completamente diverse.

La lingua inglese è moderna e spigolosa, adatta a concetti legati al mondo dell’informatica e della tecnologia, settori in cui l’Italia non è sicuramente riconosciuta come il riferimento.

Quindi anche il settore conta: nell’enogastronomia, nella moda o nel design in generale, l’Italia è IL riferimento e se vogliamo rimanerlo dovremmo aver più cura dei nostri marchi. Crearlo con radici italiane e prepararlo al salto verso il mondo.  

 

Mi piace la novità della Nutella, un ritorno alle origini, anche nella lingua…

Alùra, a voi come sembra questa parziale e momentanea inversione di rotta di Nutella?

A me piace molto!

Laura Baselli | Marketing & Branding Explorer @Amanilia

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2 pensieri su “Questione di… Parole

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